Cenni storici di S. Mauro a Signa

Molte volte, e sino  ad  ora sempre  invano,  il Priore   di S.   Mauro,  D.   Sarti,   mi  aveva   richiesto   notizie  sulla   sua Chiesa;  sembrava che la risposta dovesse  attendere un’occa sione  singolare,  quale  la  presente, e,   caro  Sig.   Priore, ac cetti  le  presenti notizie   quale   omaggio  al   Suo   lungo  cani mino di  Sacerdote da chi ne ha da poco iniziata la strada

La Chiesa di S. Mauro a Signa. risulta dai documenti semplice, modesta, vigile custode delle sue tradizioni, unita fortemente ai suoi pastori.

Invano si ricercherebbe nei cataloghi dei Parroci un nome che abbia epoca nella storia, la Parrocchia stessa, prima Rettoria, finalmente nel settecento Prioria, non ha grandi cose da far pago lo storico o il cultore di aneddotica; serena vita sotto la protezione del Santo che ebbe per motto il nascondimento,  oltre la  preghiera  e il  lavoro.

La vera storia della Chiesa si deve riportare molto pri­ma della data che ci viene fornita dall’investitura del primo che  apre   ufficialmente   la  serie   dei   Parroci:  il   17   Luglio 1337 infatti Giovanni di Dino da Signa fu presentato dai sindaci del popolo, il quale era signore e patrono della Chiesa. Era stato voluto quel sacerdote, come successore di Messer Filippo da Bovino che aveva rinunziato partendo « sanza   infamia e  sanza   lodo ».

La priorità della fondazione di S. Mauro, ci viene con­fermata dal nome stesso che serve da indicazione della lo­calità e del protettore e, possiamo certamente dedurre che il paese si formò attorno a una primitiva Chiesa sviluppan­dosi  attraverso i tempi in borgata fattiva e artigiana.

Perché S. Mauro? Al di là dell’Arno, nella plaga di Settimo, potente, austera, gloriosa si ergeva la Badia di San Salvatore a Settimo. Il periodo dell’alto Medioevo, dal quale trae gloria e lustro Firenze classica e rinascimentale, poggia le sue basi sulle istituzioni e fondazioni dell’Abbazia; la mistica infatti, in quel sacro recinto, si unisce mirabilmente alla vita pratica, la povertà alla ricchezza ed al calcolo di una  finanza   in   grande  stile.   Settimo   è  un   pilastro   della storia fiorentina, ancora rimasto intatto dall’introspezione dello storico e potrebbe fornire insegnamenti disparatissimi e  sublimi.

I molteplici documenti della Badia, conservati nell’Ar­chivio di Stato ci parlano in gran copia dei possessi dei Mo­naci; spesso viene ricordato il Signese dove si inviavano a pascolo le mandrie, dove annualmente gran copia di grano si raccoglieva, dove l’uva riempiva i tini. C’era un passaggio presso l’Arno, voluto dai Monaci, anche i secolari potevano accedervi pagando un piccolo pedaggio, che si liquidava in elemosine. Il lavoro era condotto personalmente dai Padri; Sotto la guida di un sacerdote, le giovani reclute si spende­vano di buon mattino a lodare Iddio nella fatica campestre, come aveva voluto Benedetto, il loro Grande Padre. Chia­mati di tanto in tanto alla preghiera dalla regola, come avrebbero potuto durante il giorno tornare alla Badia, della quale appena intravedevano l’edificio, appena ascoltavano il suono delle campane? Costruttori mirabili, architetti ispi­rati solo dall’alto, eccoli all’opera, ed ecco la Chiesa de­dicata a S. Mauro il protettore dei monaci giovani, il pre­diletto del loro grande maestro. Caduta la Badia dal suo primitivo splendore, venduti a terzi i possessi, divise le terre in poderi, ecco la Parrocchia sorgere a beneficio dei venuti, ecco il popolo costituirsi, allargarsi, divenire padrone della sua Chiesa, legale presentatore, attraverso il suffragio popo­lare, dei suoi pastori. Le prime notizie sulla struttura mate­riale e morale della sua Chiesa, pur essendo un po’ tarde, ci danno una visione d’insieme; le abbiamo dalla visita pa­storale che Mons. Gammaro, Bolognese, faceva in nome del Card.   Giulio  dei Medici,   Arcivescovo,  futuro  Pontefice.

In quel lontano 1514 era parroco Luigi di Niccolò Santi, paesano, ed il popolo si contava trecento persone che si erano tutte comunicate per Pasqua, cosicché si poteva salire appena a quattrocento. Esistevano due compagnie, una che attendeva al mantenimento della Chiesa ed alle riattazioni, sotto il titolo di S. Maria, una di soli uomini, dedita alla penitenza   che  si  raccoglieva   a notte   sotto   l’invocazione   di  Sebastiano. Interessantissima è la prima; infatti nel corso dei secoli ebbe il nome di Opera e si interessò grandemente di tutto ciò che concerne il culto e la pietà.

Ma osserviamo la Chiesa di S. Mauro come si presentò nel 1559 al visitatore. In fondo, staccato dal muro, l’altare Maggiore con ciborio di legno, ai lati presso i gradini, due Angeli in terracotta e il Ciborio dei Sacri Olii nella parte destra. In Cornu Evangelii l’altare di San Sebastiano appar­tenente alla Compagnia dei disciplinati la quale ormai si adunava in uno spogliatoio vicino che nel 1627 venne ri­dotto   a   Oratorio.             ,

Di fronte a questo era l’altare di S. Michele con un beneficio annesso fondato nel 1473 da Francesco Bartoli. Questo pio legato per via di eredità e di lasciti era venuto in possesso, assieme all’Altare, alla famiglia Bertini origi­naria del luogo e forte di capitali. Salvestro di Lorenzo Bertini, il primo a cui spettò il possesso, si fece garante di pagare annualmente le decime per lo studio pisano, di pas­sare al Parroco sei staia di grano e di fare una solenne festa per il giorno di S. Michele. A metà della Chiesa erano altri due altari; uno dei SS. Filippo e Giacomo della famiglia Paoli ed uno della Madonna appartenente all’Opera. Presso quest’altare sorse la grande devozione dei popolani al S. Ro­sario, infatti fu istituita la Congrega e nel 1627 furono im­petrate  ed ottenute  da  Roma moltissime  Indulgenze.
Nel popolo di S. Mauro un altro pio luogo si rese glo­rioso: lo Spedale di S. Francesco al Colle. L’antico signi­ficato di questa parola differisce molto da quello che gli at­tribuiamo noi : lo spedale era luogo di rifugio dei vian­danti che potevano essere ricevuti per alcuni giorni e risto­rati alla meglio. Quello del Colle o meglio dei Colli, era così formato: vi era la casa dello spedaligno; un locale per il riposo, un oratorio. La fondazione è perduta nei secoli: si era valsa di alcuni diritti ereditari la famiglia Lottieri e nel 1593 era spedaligno Stefano di Dino di questa casata In quello stesso anno lo spedale fu visitato da Mons. Alessandro de’ Medici, ma in che condizioni era caduto! Sull’altare del­l’Oratorio faceva triste mostra una immagine della quale non restavano che pochi tratti, tutto il locale si reggeva appena in piedi. L’Arcivescovo fu severo e incaricò di sistemare lo insieme il Parroco Giorgio di Giovanni Fattorini.

Dopo alcuni mesi, quel buon Sacerdote si presentò in Curia, attestando di suo pugno che tutto era in ordine; man­cava solo la tavola dell’altare, ma era stata ordinata al Pit­tore Mario Massari; egli avrebbe figurato la Vergine col Fi­glio fra S.  Francesco e S.  Lorenzo.

Terminando la raccolta di notizie, conviene dare uno sguardo ai porticati della Chiesa, ci vengono dati in tutti i documenti per belli, vetusti e splendenti. Lì sotto erano le sepolture delle Compagnie e dei Privati, i resti di coloro che avendo terminato il combattimento terreno, eran saliti al pre­mio. Il settecento e l’ottocento poche cose ci fanno notare; l’erezione in Prioria, il paese che si amplia, nuovi problemi che sorgono per l’Apostolato. Silenziosi ed attivi sempre i Parroci, senza alcuno strepito, senza alcuno sfolgorio che troppe   volte   è  destinato   a  sparire.

Poche cose, dunque, le ho rimesso insieme, D. Sarti; se la storia umana però tanto è parca per il suo S. Mauro, può orgogliosamente guardare in alto, nel cuore di Dio dove son scritte tante cose che gli uomini omisero, dove, il primo posto spetta a quello che si assise in fondo.

CARLO CELSO CALZOLAI